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mercoledì 5 marzo 2014

Sanremo: ritorno al futuro?

In 29 anni credo di aver seguito il Festival di Sanremo una sola volta: la prima edizione di Fabio Fazio, vero e proprio rottamatore di tutta quella schiera di presentatori vecchio stampo, attaccati ad una manifestazione antica, polverosa.
Tantissimi ospiti di riguardo, l'Italia migliore, spensieratezza e anche un cast artistico\musicale abbastanza innovativo, almeno allora per avvicinare nuove fette di pubblico.
Quest'anno ho avuto modo di seguire brevi spezzoni, guardare qualche video ed ascoltare qualche pezzo, degli artisti più interessanti, Perturbazione in testa, ovviamente.

E, per quanto Fazio si sia troppo democristianizzato nel tempo, devo ammettere che forse, proprio in quest'ultima edizione, è riuscito in un piccolo miracolo che nessuno ha apprezzato fino in fondo.
Fazio, o chi per lui, è riuscito a presentare tutti artisti giovani, freschi, avvicinandosi di più alle classifiche contemporanee e permettendo ad una fascia più giovane, quella del futuro pubblico del festival, di interessarsi, di seguire con diffidenza ma di capire che cos'è Sanremo e come funziona.

Anche gli ospiti esteri non sono stati da meno, forse troppo azzardati, troppo poco conosciuti dalla massa, ma anche su questo versante il distacco netto da gente di dubbio gusto invitata gli anni precedenti c'è stato.

Insomma, calo di ascolti sensibile, critiche e benpensanti a parte probabilmente per pochi giorni siamo stati catapultati nell'immediato futuro di quello che sarà la musica per le future generazioni in Italia.
O almeno è questo quello che si crede.

sabato 22 febbraio 2014

Dj e Fashion Blogger: Castighi Collettivi

E' tutto partito da un post su facebook di un mio caro amico:

"1300: Peste
 1700: Vaiolo
 2014: Dj e Fashion Blogger"

Ho condiviso subito il suo pensiero pur avendo l'hobby del collezionismo di vinili e di metterli su, di tanto in tanto, in qualche locale (vedi sezione "who" qui in alto sul blog).

E' un discorso abbastanza ampio che potrebbe essere esteso a chissà quante categorie, gente senza arte né parte che improvvisamente compra una consolle e si sente "dj", gli piace comprarsi vestiti e diventa "fashion blogger", gli piace mangiare bene e diventa una "food blogger" oppure compra una macchina fotografica ed immediatamente diventa "fotografa" o "artista".
Questo non sarebbe un problema, in verità.
Basterebbe il buonsenso delle persone, basterebbe una cultura formata per fare lo slalom tra mille improvvisati ed arrivare al traguardo del professionista o, perlomeno, di qualcuno che fa una determinata cosa con cognizione di causa.

Naturalmente non è così: conoscenze, amicizie, furbizie non solo premiano i meno dotati, ma addirittura offuscano chi con passione ha studiato per arrivare a risultati eccellenti e questo meccanismo genera migliaia di altre persone che giustamente pensano: "oh se ce l'ha fatta lui...lo faccio anche io".
Chiuda immediatamente questo blog chi non l'ha mai pensato.

Per tutti coloro che sono rimasti un appello: lamentatevi, protestate e, se necessario, insultate. 
Poniamo fine a questa calamità del XXI secolo!

martedì 23 luglio 2013

Paper Kites: Band da (at)Trazione Facile

Uno dei grandissimi problemi dell'avvento di internet (si, per me è stato un avvento\evento), è la grandissima disponibilità di musica da ascoltare con conseguente dispersione tra le migliaia di gruppi più o meno validi.

Certo, se non ci fossero servizi come Spotify ed altri più o meno legali non si potrebbe arrivare neanche lontanamente a farsi cullare i timpani da certe sonorità.
Tutte queste banalità solo per arrivare a parlare dei Paper Kites che, altrimenti, sarebbero potuti rimanere candidamente nella loro sala prove a Melbourne a farsi i complimenti tra di loro, rimediare qualche data in qualche schifosissimo bar che gli avrebbe chiesto: "si ma quanta gente portate?" e cose del genere.

Invece, grazie anche alla rete e alla loro immensa bravura, sono arrivati sulle mie casse con il loro ep "Woodland" e non ne hanno più voluto sapere di uscirne.
Sarà che nei periodi estivi Bon Iver si può ascoltare solo nelle serate più umide, ma ritrovare un indie-folk così di qualità mi giunge nuovo, lontano dai gruppi ammiccanti come i Fleet Foxes che, a dirla proprio tutta, dopo il quinto ascolto ti accorgi che è suonata la sveglia e ti sei perso gli ultimi quattro.

Insomma, nonostante non li vederemo mai dal vivo, il loro sito sia raccapricciante e non so neanche se qualcuno qui vende i loro dischi possiamo comunque farci cullare dal loro sound grazie ad internet, in questa primavera perenne che tra un mese sarà già autunno.
E lì tornerà Justin Vernon a dargli un colpo d'ascia, abbatterli e farci sentire il suono dell'albero mentre urla in falsetto "cadeeeeeeee!", in Inglese ovviamente, scrivendo un nuovo successo.


martedì 18 giugno 2013

Spotify: Meritocrazia Dove Sei?

Non ne sono sorpreso, vi dico la verità, in fondo i Social Network e tutto ciò che vi è legato servono proprio a questo: condividere, far sapere, seguire, appassionarsi e tanto altro.

La mia forse, è pura invidia, puro sdegno quando la bravura del singolo nell'essere "social" supera le sue conoscenze nella materia e lo fanno divenire un guru senza apparentemente volerlo.
Succede già nella vita oltre lo schermo e ci fa schifo, o perlomeno dovremmo essere tutti disgustati: amicizie, strette di mano, conoscenze che valgono più di un curriculum o di esperienze massacranti sul campo, sottopagate e sottostimate.

Quando però clicchiamo un "like", quando clicchiamo su "follow" tutto questo ci sembra normale e sensato, non badiamo affatto alle caratteristiche effettive, non badiamo affatto al prodotto ma ci interessa più che altro risultare simpatici o solidali con il nostro amico, con la nostra amica.

Spotify da forza al mio pensiero.
Non ha nessun senso seguire persone che di norma ascoltano Get Lucky, l'ultimo singolo di Rihanna i Subsonica (o quello che ne rimane) e tutte quelle band che normalmente passano in radio: così come non seguireste un qualunquista su Twitter, mi aspettavo che le persone non seguissero gusti musicali scontati, da classifica.

Così le carte si confondono, diventa una lotta all'ultimo follower, uno scontro tra pesi piuma e pesi massimi a chi ne ha di più e si sente più o meno apprezzato.
Ed anche qui la meritocrazia va a farsi benedire.

lunedì 6 maggio 2013

Cosmo: Continuum Musico-Temporale

Non credo d'aver mai rischiato la monotonia, ho sempre cercato varietà, anche sforzandomi, dare un'idea fuori di un "me" che non si ferma mai, che non si arrende mai.

Parlare nuovamente su queste pagine di Marco, frontman dei Drink To Me, non è cercare di farlo emergere a tutti i costi, ma semplice meritocrazia.
Così in una marea di cantautori dalla chitarra acustica facile e dal violino inserito per dare un po' di alternativa alle orecchie dei propri fan, finalmente Cosmo apre le finestre culturali della nostra casa piena di aria stantia e ci fa prendere una boccata di aria fresca guardando all'Europa, a quello che sta accadendo fuori da qui, fuori dalle camerette, fuori dai soliti circoli, dalle amicizie che valgono più di una demo realizzata bene.

E pare più un regalo, più una festa, perché il prodotto è personale, non esportabile, ma un biglietto piuttosto con su scritto "si può fare anche così, sappiatelo".
Una piccola meraviglia dopo l'altra, l'album "Disordine" è una prova matura, sfacciata: cristallina classe espressa in punta di piedi, bussando con leggerezza e pervadendo le nostre orecchie senza sforzi.

Sono d'accordo con lui: fate esplodere i vostri cuori!

sabato 27 aprile 2013

Yeah Yeah Yeahs: Nel Settimo Cerchio al Quarto Album

La categoria Ogm, qui su questo blog, sta ad indicare tutti quei gruppi che, con il tempo, hanno perso la passione per la buona musica piegandosi alla volontà delle etichette e dei gusti, opinabili, della massa.
Quelle band che quando ascolti il nuovo lavoro vai subito ad espellere il cd per verificare se è quello giusto, se non hai sbagliato nella fretta e nella distrazione.

I miei amati Yeah Yeah Yeahs non fanno però parte interamente di questa categoria perché seppur partiti con un album da piazzare in costante loop come Fever To Tell, uno dei primi album a farmi aprire gli occhi e le orecchie sull'immenso panorama contemporaneo alternativo, seppur mi dicano che Karen O., la super frontgirl del gruppo, non abbia perso un colpo e sia ancora fantastica live, la loro è una triste storia fatta di decadimento e brutte canzoni, brutti album.

Hanno tentato invano di invadere il grande mercato modificando i loro suoni, la loro spontaneità, mettendo un sacco di colore, palloncini ed effetti scontati speciali ai loro nuovi pezzi collezionando più insuccessi che applausi, finendo nel dimenticatoio, nell'albo di tutte quelle band che non ce l'hanno fatta.

Quest'ultimo Mosquito è clamorosamente moscio, da addormentarsi in pieno pomeriggio, dove i colpi migliori sono quelli che riesci a dare con la testa al legno della scrivania, gli unici che ti risvegliano dalla catarsi. Non c'è spontaneità, non c'è rabbia, non c'è niente più dei fantastici Yeah Yeah Yeahs, al massimo uno "Ye!" quando è tutto finito.
Gran bel peccato, vi odio.

venerdì 19 aprile 2013

Justin Vernon: Contenuto Liquido Primaverile

Gimme Toro nacque dalle ceneri di GlassHouse, volevo uno spazio tutto mio per sfogarmi, per denunciare, per esaltare protagonisti più o meno visibili della musica.

Poi, sarà un segno del destino, dopo il concerto dei Radiohead, tra mille avventure personali, non sono più riuscito a scrivere una sola riga, una sola porzione di testo. Mi sono rifugiato su Spotify, su siti illegali a scaricare musica cercando qualcosa per cui valesse davvero la pena sedersi alla scrivania con l'intento di parlarne.
Invece niente, niente degno di nota.
Così ho pensato che fosse proprio un buon argomento di conversazione, ora che anche la musica indie Italiana ci regala emozioni con il contagocce dopo due-tre anni di esaltanti uscite; si passa dalla tristezza del nuovo lavoro di Appino (dove suonano oramai i soliti noti) alla meraviglia del singolo di Cosmo che mi fa credere ancora nelle possibilità di essere una nazione fatta di grandi artisti, anche se quest'ultimi non ne sono pienamente consapevoli.

La primavera sta arrivando, il mood cambia, e forse ci sarà nuovo spirito in musicisti e giornalisti nel cercare e trovare qualcosa degno di essere impresso.

Affrontiamo questa rinascita ascoltando il nuovo album Grownass Man dei The Shouting Matches, Justin è la certezza a cui aggrapparsi...

lunedì 1 ottobre 2012

Radiohead: Il Mio Primo Vero Concerto 2.0


Non sono un novellino, in ventisette anni credo di aver assistito, più o meno a duecento concerti, qualcosa in più probabilmente. Il primo fu quello di Jovanotti nel 1999: avere snake sul cellulare era pura fantascienza, avere il cellulare era pura fantascienza per molti, io, perlomeno, non ce l'avevo.
Ho potuto assistere per mia fortuna alla crescita dell'esperienza musicale delle persone, con e senza cellulare e ora, con o senza smartphone.

Quello che è successo l'altra sera al concerto dei Radiohead mi ha fatto sentire un po' profeta, sopratutto rileggendo il titolo del mio articolo, perché tralasciando le persone sedute al bar lontano dal palco e dalla musica, le persone a chiacchierare lì vicino e quelli che hanno chiacchierato per tutta la durata dell'esibizione al mio fianco, c'è un dato preoccupante da registrare: erano presenti più indiepatici che hanno assistito al concerto attraverso uno schermo da 3,5 pollici rispetto ai fan che se lo sono goduto come un concerto di questo genere, secondo chi vi scrive, andrebbe vissuto.

Mi sono permesso, per testimoniare questa triste realtà, di fotografare la scena durante “Sail To The Moon”: bello l'effetto “tante stelle” ma dov'è quell'attenzione per la fase “intimista” del concerto?

La domanda che più mi attanaglia, che mi fa uscire realmente pazzo è la seguente, e vi prego, datemi una risposta: cosa se ne fa la gente delle foto, dei video? Vogliono forse darmi tutti ragione e approvare silenziosamente il mio post già citato? Si masturbano nel letto riguardando l'immagine spixelata, mossa e rumorosa di un minuto di concerto? Hanno tutti nemici che, privi di biglietto, si mangeranno i gomiti per aver perso la performance e, rivedendola sul cellulare del loro amico, tenteranno il suicidio?

Ma sopratutto: ci dobbiamo davvero abituare a questa fase 2.0 della musica live?

lunedì 17 settembre 2012

Flying Lotus: Nessuna Rottura

In una recente discussione profondissima con due camerieri a proposito di chi fosse il calciatore “più forte” dei nostri tempi, nell'epico scontro tra Cristiano Ronaldo e Messi, siamo riusciti a ripercorrere la storia del calcio, per quanto le nostre menti potessero, elencando atleti incredibili: George Best, Ronaldo, Ronaldinho, Maradona, Pelè, Van Basten, Cruijff...

Una volta tornato a casa ho provato a fare lo stesso esperimento con la musica: quali sono stati gli artisti più influenti della storia della musica? L'elenco era troppo lungo e poi, chi mettere al numero uno? Chi mi conosce, o mi legge spesso, non avrà bisogno di risposta.

Quello su cui vorrei focalizzarmi però è il primo nome che mi è venuto alla mente, il nome di Flying Lotus: il vero e proprio capostipite di una rinascita cultural-musicale attraverso le difficili strade della musica elettronica: non roba da club, non spazzatura dai forti beat, ma vera e propria musica contemporanea, la migliore probabilmente.

Flying sta alla musica come Bolt allo sport, i due per comportamenti si assomigliano anche ed è questo meraviglioso report edito da Pitchfork a dimostrarcelo:




Non stupitevi se poi, prima di rilasciare il suo nuovo album, la preview sia di questo genere, un minuto e ventidue da brivido, se tutti i suoi live set saranno sold-out e se siamo di fronte alla stella polare: gli altri seguono.



p.s. consigliata la visione "Schermo Intero" in hd

venerdì 10 agosto 2012

Muse: Infliggere Pestilenza Discografica

Sempre per la categoria Band Discograficamente Modificate (ogm) parliamo oggi dei Muse, ai blocchi di partenza, per il loro nuovo album The 2nd Law.

Non vorrei soffermarmi sulla carriera della band, fatta di un grande album di partenza (Showbiz) e seguita da un album che, personalmente, reputo uno dei migliori degli ultimi vent'anni nella storia del rock: Origin of Simmetry. La band capitanata da Bellamy si presentava definitivamente al pubblico con un album praticamente perfetto: uno schiaffo a tutto l'alternative-rock di quel momento, un modo di suonare e interpretare il genere completamente nuovo, con una grazia graffiante direi.

Lì l'industria musicale ha percepito che si poteva spremere il limone fino all'ultima goccia e il gioco è stato facile: influenzare il successivo Absolution per poi unire l'"alternatività" conquistata dal gruppo a canzoni melense e piene d'armonia: ricordate il singolone Starlight? Credo che al pari ci sia solo Gravity, anzi, molto meglio quest'ultima!

Tralascio l'esperienza incomprensibile di un disco come The Resistance che probabilmente rimarrà nella storia come uno degli album più impalpabili mai prodotti e mi avvicino a quella che dovrebbe essere l'ennesima consacrazione delle mode e del cattivo gusto.
Li aspettavo.
Sapevo che non avrebbero resistito.
Ed eccoli lì sotto i riflettori, anche loro nel grande calderone del dubstep. Il genere capitanato dal "mocio" Skrillex approda anche nell'alternative-rock-fighetto-modaiolo dei Muse e il video di presentazione impazza in tutti i blog di esperti come "la rivoluzione del genere".

Amici, l'unica rivoluzione è nel portafoglio della band.

martedì 27 marzo 2012

Radio 2: Detenzioni Sensate

Sarà che sto invecchiando, sicuro la mia parte giovanile legata alle mode e ai costumi, tesa ad inseguire la meta dello stare sempre aggiornato con le ultime novità discografiche che fanno battere il cuoricino e i piedi dei giovani, probabilmente è naufragata in un mare di noia e ripetitività, o forse ho scoperto talmente tanti altri mondi che perdermi della navigazione è diventata vera e propria linfa, in barba anche ai pirati.
Qualche anno fa non c'era dubbio, oltre a osservare tutti i movimenti via web, mi bastava seguire un programma tutte le sere, su  Radio DeeJay, per farmi bello davanti agli amici e stupire sulle webzine con gruppi impossibili. Poi era solo un fatto di seguire il bianconiglio e intrufolarsi della tana, i link, da quando il web è diventato 2.0, non sono mai mancati.
Quel programma era B-Side e senza di lui probabilmente ora ascolterei ancora i Maroon 5 convinto che più di loro non c'è nulla.
Il programma, condotto da Alessio Bertallot, era quella finestra aperta verso l'isola che non c'è e tutte le sere Radio DeeJay ci dava la possibilità di viaggiare fluttuando sopra le case discografiche e sopra le mille barricate dei giornali assuefatti dal mercato e dalle vendite.
Poi, per mia fortuna, la prima radio commerciale d'Italia in termini d'ascolti, ha deciso che direzione prendere e con lei tutta una serie di provvedimenti che hanno portato fuori palinsesto i migliori programmi, quelli più “utili”, quelli meno “modaioli”.
Devo dire che senza questa fortuita coincidenza non mi sarei mai trovato ad ascoltare Radio2, ma seguire un programma come RaiTunes sulla radio pubblica fa tutto un altro effetto e scoprire che si può ancora fare del servizio di qualità è stata quasi una sorpresa: tralasciando i programmi di intrattenimento pomeridiani (di altissima qualità anch'essi), la sera si scatena una serie di dj che sanno far bene il loro mestiere. Non ci credete? Ascoltatevi In The Mix, Musical Box, Moby Dick, Pop Corner per fare qualche esempio; la radio, quella buona, esiste ancora.

martedì 31 gennaio 2012

Ghemon, Il Teatro degli Orrori: Selezioni alla Deriva

Solo una decina di anni fa c'avrebbero presi in giro, c'avrebbero picchiettato sulla spalla sinistra trovandosi a destra, ridendoci in faccia per lo scherzo ben riuscito; nessuno poteva prevedere poi che un certo tipo di musica ce l'avrebbe fatta, che sarebbe stata così decisiva per determinare una nazione che cambia culturalmente
Quello che accade in questo primo scorcio di duemiladodici è positivo, ci fa ben sperare e diciamolo: se tutto l'anno fosse così, per l'Italia ci sarebbe più di una speranza di uscire da tutto questo.

Ghemon e il suo ultimo album "Qualcosa è Cambiato" sono balzati al numero tre della classifica di Itunes proprio questa settimana, una bella notizia per lui, ma anche per noi. Nel gomitolo dell' hip-hop italiano, capitanato per la massa da Fabri Fibra e Marracash, fa bene vedere spuntare il nome di Ghemon tra gli album più venduti di questo gennaio anche perché il suo non è il solito polpettone di frasi scontate e già sentite, non è l'esaltazione del singolo e il senso di rivalsa nei confronti di un mondo pessimo, accanito. Il suo modo di fare musica è sofisticato: richiama beat studiati e fuori dalla logica cassa\sample di comodità lasciando che sia il ritornello ad essere d'impatto; il suo modo di scrivere denota l'attenzione minuziosa di ogni singola parola, elevandosi dal resto e ponendo un'attenzione più significativa nei confronti dell'ascoltatore che ricambia entusiasta.

Il Teatro degli Orrori oggi rilascia sul loro canale YouTube una preview del nuovo album "Il Mondo Nuovo" e anche questo, fortunatamente, avrà il successo degli altri, ci voglio scommettere. Nonostante la prolificità del contenuto, il gruppo non si pone più limiti (come se ne avesse mai avuti) nelle liriche: esplora la possibilità di un concept album ricco e variegato, un'impresa che, al primo ascolto, sembra davvero ben riuscita.


Così questi due esempi ci fanno ben sperare: in un Italia che spesso viene denigrata per il suo passato politico, rincoglionita di fronte alle ballerine di canale cinque e capace di sostenere giornali come Libero. Fa bene sapere che la possibilità di scegliere rende gli italiani liberi, liberi di migliorare.

martedì 3 gennaio 2012

Duemilaundici: Eliminare i Corpi Estranei

Le top di fine anno sono uno strazio, mi ricordano sempre la scena de “l'attimo fuggente” quando Robin Williams cerca di dissuadere i suoi studenti dal catalogare le poesie come se ci fosse la hit parade dei poeti. Le classifiche di fine anno sono uno strazio anche perché sono composte quasi tutte da album irrinunciabili e album personali (più alternativi possibili, io sono più fico), quindi alla fine c'è la solita roba e nomi mai sentiti prima, gente con un album sconosciuto che alla fine, in questo duemiladodici, non ha contato nulla.

C'è gente addirittura che durante l'anno inizia a catalogare per fare la top trenta o la top cento, follia.

Non volevo però mettermi a fare il finto disinteressato, così ho stilato anche io una lista, senza preferenze per il primo o l'ultimo posto, se volete godere di buona musica potete cercare questi artisti, questi album e queste canzoni. 
Buon ascolto.

I Migliori Album del 2011:
James Blake - James Blake

M+A - Things, Yes

Dellera - Colonna Sonora Originale

Radiohead - The Kings Of Limbs

Tom Waits -Bad As Me

Bon Iver - Bon Iver

Verdena - Wow

Beirut - The Rip Tide

Canzoni (da ascoltare almeno una volta a volume sostenuto)

Ce li Potevamo Risparmiare:
Mannarino: nessuna novità, solo tante amicizie: Il Ricky Memphis della musica Italiana.
I Cani: indie-pop da quattro soldi con liriche d'attualità, si fermeranno qui molto probabilmente.
Lykke Li: oltre le gambe non c'è niente.
Lana del Rey: la gatta morta della nuova scena alternativa mista-finto-electro.
Coldplay: dal capolavoro alla pubblicità: come sputtanarsi in cinque album.
White Lies: ancora suonano? La spinta pubblicitaria è nulla senza musica..
The Vaccines: non bastavano i Maximo Park, Kaiser Chief a ricordarci che il brit-pop è morto?
Girls: picchi rari a parte, sono di quelle band come i Nada Surf per cui ti chiedi cosa avranno fatto per arrivare così in alto.
The Weeknd: uno-due singoli di valore, poi tanta musica che oscilla tra il singolone commercialone e la voglia di rimanere alternativi. Delusione sincera.

venerdì 30 dicembre 2011

Jovanotti: Capitano di (s)Ventura

Proprio mentre scrivo apro il sito di Lorenzo “Jovanotti” Cherubini ed è una sorpresa non trovare più la foto di Francesco Pinna in homepage, il giovanissimo ragazzo triestino rimasto schiacciato sotto l'impalcatura qualche ora prima che il concerto iniziasse e potesse goderselo.
Così c'è spazio per il nuovo video Ora, e il post con la foto di Francesco è già in basso, pronta ad essere definitivamente cancellata dalla mente e dal cuore di milioni di fan, di Lorenzo stesso. 
Quello che è successo però non dovrebbe passare inosservato, sopratutto dai media, ma la legge del più forte, nella finanza, conta più di parlare schiettamente, questo è certo.

Francesco non è stato vittima della fatalità, non è stato vittima della necessità (per montare un palco senza contratto e sicurezza): Francesco è stato vittima del sistema discografico che ha portato la concezione di “concerto” a quella di “spettacolo”.
Il mio primo concerto fu proprio di Jovanotti, nel tour di “Capo Horn”, la prima canzone Raggio di Sole veniva eseguita con i musicisti sospesi a mezz'aria sopra al palco: pensavo fossero così tutti i concerti, pensavo fosse scontato il ricorso agli effetti speciali.
Fortunatamente dal primo concerto ne sono passati qualche centinaia sopra, dal primo concerto-spettacolo, è passata una marea di musica, suonata e basta, con uno sfondo nero e un annoiatissimo light-designer pronto a fare qualche cambio ogni tanto.
Andare ad un concerto significa andare a sentire la propria musica, quella che desideriamo o ci incuriosisce, punto. Chi crede che dare dei braccialetti colorati lampeggianti a tempo, suonare oscillando a tre metri d'altezza o avere un tornado di schermi possa migliorare la qualità della performance è un pazzo, fondamentalmente di musica non capisce un cazzo.

Così anche Jovanotti, paladino di mille battaglie contro le ingiustizie mondiali, si piega al volere del mercato: impalcature pericolose, manodopera a basso costo, inquinamento. 
D'altronde, un album come “Ora” puoi salvarlo solo con qualche fuoco d'artificio, anche se ti fa vendere dannatamente bene e forse, ci scappa anche il remix per la discoteca.

domenica 18 dicembre 2011

Drink To Me: Costruire, Crescere

Non prendiamoci in giro, il mondo della critica musicale è un mondo fatto di persone da gusti ben precisi, amicizie, amicizie desiderate, rapporti con le etichette, con i management. Il mondo della critica, come ho già espresso in un post precedente, come immaginavate già, non è privo di favoritismi.

Ho sempre creduto che fosse un male, lo penso ancora, ma quando si tratta di band del genere non c'è proprio niente di cui vergognarsi: i Drink To Me sono cresciuti e sono orgoglioso di loro come potrebbe esserlo un padre del proprio figlio.

Quando li scoprimmo, all'epoca di GlassHouse, erano poco più che mocciosetti impertinenti (musicalmente parlando) ma mostravano con sfacciataggine un'attitudine alla musica spiccata, all'orecchiabilità, producendo un album ammaliante, privo di qualsiasi filtro, in una parola: stupefacente.
Il secondo lavoro, "Brazil", mostrava la ricerca disperata di identità da parte dei tre, a metà strada tra il primo album e ritmi lontanamente alla battles; il risultato fu un disco difficile, ambizioso, di qualità, per pochi, pochissimi.

Tornano alla ribalta delle mie giornate, con un nuovo brano Henry Miller che è la quadratura del cerchio e li rilancia come una delle band più interessanti nel nostro panorama fatto oramai di cantautori dalla chitarra acustica facile e band d'assalto, da sfondamento.
Se questo sarà il percorso, ai DTM non mancherà nulla, il suono c'è, l'attitudine punk al sangue, al sudore e alla merda anche.

martedì 22 novembre 2011

Radiohead: Essere o Non Esserci?

Ficchiamoci subito bene in testa un concetto: un gruppo così non merita altro.

I Radiohead nel loro percorso musicale sfiorano la perfezione, anzi, la sorpassano, noncuranti delle mode, delle possibilità e delle facili ricchezze, trascinati da un frontman vera e propria anima di un corpo unico e inimitabile.
I Radiohead non hanno mai sbagliato un colpo.
Neanche quando ci fu la svolta con "Ok Computer", neanche facendo uscire due album a pochi mesi di distanza con "Kid A" e "Amnesiac", neanche quando con "Hail to The Thief" fecero un mezzo passo falso con un album difficilmente digeribile, neanche scegliendo per primi la formula up to you e confezionando un album casalingo come "In Rainbows", neanche quando, pochi mesi fa, uscirono con un album ritmico e instabile come "The Kings of Limbs". Questa costante voglia di provarci di nuovo, di interessarsi alla pura estetica musicale fregandosene del resto li ha resi la band più invidiata del pianeta.

Viene da sorridere guardando il sito di TicketOne oggi: l'Italia, con quattro date è il paese più colpito dal tour di "The Kings of Limbs" e guardacaso i biglietti online sono già tutti esauriti.
Perdonatemi la sincerità ma per quanto i Radiohead siano blasonati in tutto il mondo non credo che la loro bravura basti a riempire tutti i posti delle loro date in Italia; non che qui non ci sia un certo gusto critico, ma siamo sicuri che tutti i biglietti già venduti ad una cifra intorno ai sessanta euro siano di "ammiratori" o già di "conoscitori" del gruppo? I Radiohead sono un evento, punto. Lo snobbismo dell'indiepatico non può non portarlo a collezionare il biglietto d'ingresso per esibirlo su facebook, starne fuori sarebbe pericoloso, perché rischiare?
Eppure, nel caso riuscissi a prendere i biglietti giovedì, mi divertirò molto al concerto a guardare le facce attonite di gran parte del pubblico mentre il gruppo parte con Bloom o mentre si lanceranno in una struggente Last Flower To The Hospital, tanto per fare due esempi a caso.
Si, tutto questo mi fa sorridere, ovvio che se dovessi rimanerne fuori, la parola "ingustizia", sarà la più gettonata tra i kleenex sparsi sul pavimento.

domenica 6 novembre 2011

James Blake: L'Arte di Parlare Davanti

Credo succeda qualcosa d'importante sotto il punto di vista professionale a chi tenta questo lavoro, quello del critico musicale.
Dopo centinaia d'ascolti e dischi passati sotto il naso le idee si confondono, nel senso letterale del termine: non riesci più a distinguerle, non le tue, le loro, quelle degli artisti; ti sembra che alla fine, poche eccezioni a parte, qualcuno copi sempre qualcun'altro e se una volta regalavi un sei pieno a chiunque, con il tempo il tiro s'abbassa e per il solito album “indie-pop” puoi dare al massimo un  cinque, un quattro e mezzo.
Credo che la chiave sia proprio in questo, quello che dovrebbe distinguere un critico da uno scrittore improvvisato di blog: la perseveranza, l'ascolto incessante, l'esperienza.
Probabilmente non sono neanche a metà percorso, ma alcune perle credo già di distinguerle.
Fu così con Flying Lotus che seguivo dai primi remix, fu così per gli M+A da iper-indipendenti al lancio su Monotreme, sono sicuro sarà così per James Blake.
E' lui che ha sconvolto letteralmente la musica dal duemiladieci ad oggi, quando come al solito pensavi fosse già stato detto tutto, anche nell'ambito dubstep, “la nuova frontiera”, arriva questo ragazzino dell'ottantotto che prende l'elettronica, la condisce con tastiere massicce e sfrutta il silenzio come un arma, come tratto distintivo. 
Blake è un artista: ha indagato le profondità della musica, in questo conflitto a fuoco tra chi fa più rumore ed è arrivato alla conclusione che solo il silenzio potrà salvarci, potrà darci qualcosa in più.
Anche nella sua condotta, così pacata, lontana dai riflettori, dal brusio e dalla ricerca dello stupore costante non ha fatto altro che aumentare la mia ammirazione verso di lui, come se non gliene importasse molto della copertina o della recensione, sicuro di sé e del suo contributo a quest'arte che tanto ha bisogno di persone come lui.
In soli due anni ha sfornato già un album e quattro ep, il quinto arriverà a Dicembre 2011 e l'attesa sul web cresce come se s'aspettasse l'undicesimo comandamento: James Blake è il futuro, perlomeno cerca di darci una chiara visione di ciò che ci aspetta, perlomeno ci ha dato ancora speranza, il gusto di sapere cos'altro potrebbe arrivare, il gusto di spalancare gli occhi e leggere di un ventitreenne affamato che dichiara: “I wanted to make sounds I'd never heard before”, commovente. 

domenica 23 ottobre 2011

Tom Waits: La Salvaguardia del Patrimonio

E' da qualche giorno che avrei voluto parlare di Tom Waits, sapevo già su cosa puntare l'articolo, mi mancava la scintilla.
E' stata l'intervista a Gianfranco Fini da Fazio, questa sera a illuminarmi.
Si è parlato di pensioni, del futuro dell'Italia, come se non ci fossero esempi da seguire e l'ovvietà non fosse fuori dalla porta. Fini ha proposto di alzare l'età pensionabile, far fare ai nostri genitori qualche sforzo in più per creare un fondo per i giovani e per far risparmiare lo stato. "Un piccolo sacrificio" l'ha chiamato, come se non avessimo l'impazienza di iniziare, come se quei due anni in più non ruberanno posti alle nuove leve, come se i nostri genitori avessero ancora la forza di fare altri sforzi dopo tutti i sacrifici fatti.
Tendenzialmente sono contrario ma non voglio iniziare qui una disputa politica.

Quello che importa è che in fatto di musica quest'idea di Fini si potrebbe concretizzare nella figura di Tom Waits. A sessant'anni Tommaso ha ancora la forza di uscire con album come "Bad As Me", prendere a schiaffoni la discografia mondiale, le cosce di Rhianna, il trucco di Lady Gaga, le movenze dei Maroon 5.
Si piazza nella nostra giornata con un tempismo perfetto, con canzoni sporche di polvere, ingiallite nella loro maturazione ma sature di contemporaneità.
La testimonianza di Tom Waits è quella di un uomo che crede ancora nella bellezza, nella qualità, nella musica vera, nella propria singolarità, nei propri difetti in un album che appare già dal primo ascolto perfetto e fondamentale. E' una vera e propria lezione di musica: nelle ballate sempre più sporche e nei pezzi più scalmanati dove Waits non perde la sua voglia di sperimentare e sbagliare, tentando di nuovo, strizzando l'occhio maggiormente all'ascoltatore e condensando il tutto in una manciata di minuti.

La battaglia per far entrare Waits nei patrimoni dell'umanità inizia oggi stesso, è una promessa.

martedì 11 ottobre 2011

RockIT: La Meritocrazia Made in Italy

RockIT è la principale webzine d'informazione musicale riguardo le band italiane, quello che dice RockIT per molti indiepatici diventa legge, vedi il caso già accennato dei Ministri. Le linee guida sono proposte ed esaltate in vari modi, per colpire l'attenzione e garantire all'artista di turno il dovuto successo.
Che le case discografiche non entrino in questo "affare" è piuttosto improbabile anche se spesso è l'amicizia con i componenti delle band che muove gli articoli o gli approfondimenti, spesso è l'antipatia verso altri che li porta fuori dal circuito, spesso c'è anche una buona dose di critica e certi dischi non possono davvero non metterli in prima pagina.
Dell'ultimo caso fanno parte gli M+A, che nonostante siano stati ignorati per molto tempo, hanno ottenuto uno spazio importante, seppur breve; del caso "antipatia" fanno parte gli Intercity, che con il loro "Grand Piano" furono i grandi esclusi del 2009, salvo una traccia in free-download sul loro sito; del primo caso fanno parte artisti come i Ministri o come Giuseppe Peveri aka Dente.
Non che quest'ultimo non abbia talento, anzi, il fortunatissimo "Non c'è Due senza Te" mi ha rapito, l'ep "le Cose che Contano" mostrava un Dente in ascesa musicale, il singolo per "Il Paese è Reale" era uno dei migliori dell'intero cd,  ma poi con il successivo "L'amore non è Bello" Dente ha perso la sua forza musicale acquistata, investendo sui testi e sprofondando in un mood avvilito, moscio, che non permette un ascolto prolungato. 
Andando oggi sull'homepage di RockIT c'è come "prima-scelta" il nuovo album del Peveri "Io Tra di Noi": un disco tutto basato sui titoli delle canzoni e sui testi, che si accende e si fa apprezzare in pieno solo nella decima e undicesima traccia, un buon lavoro, ma si poteva fare di più. 
Più in basso, sempre in homepage, l'album "Colonna Sonora Originale" di Roberto dell'Era , bassista degli Afterhours, che sarà anche sfacciatamente '60s ma è di una qualità e di una varietà clamorosa, sopratutto se lo confrontiamo con "Io Tra di Noi".
Dente però è molto simpatico, una persona brillante, esce con Ghost Records che di soldi ne ha e il tour non può fallire. 
Dente è già il nuovo Battisti, il nuovo De Gregori addirittura e oramai non si può prescindere.

lunedì 3 ottobre 2011

Lady Gaga: la Visibilità, Sempre

Cosa fa di una cantante una star? 
Probabilmente le vendite, il successo mediatico, i concerti negli stadi da tutto esaurito: questo fa di una cantante una star, un'artista come ce ne sono poche, il talento sopra ogni cosa fino ad arrivare alle stelle.
Lady Gaga è una star.
Dopo il diciassettenne Justin Bieber è la seconda voce al mondo con più "like" su facebook, milioni di copie vendute, successo mediatico garantito e concerti negli stadi da tutto esaurito, anche se Lady Gaga, in fondo, non è niente: è commercio.
Anche se Lady Gaga, in fondo, è come la Nutella.
Tutto ciò che le gravita intorno è oltre la musica, è oltre le note e il suo saper suonare il piano. Lady Gaga è un ex-spogliarellista, Lady Gaga si traveste e parla come un uomo, Lady Gaga ha i capelli blu, rossi, gialli, marroni, verdi, verde acqua e ultimamente è sorretta da Frank, perché Lady Gaga che indossa tacchi alti, altissimi, non riesce a camminare da sola, come un'anziana.
Tutto questo per sopperire ad una carenza artistica? Forse si, anche se la star newyorchese suona e canta discretamente, niente di più, ma sopratutto perché giornali come Repubblica e chissà quanti altri nel mondo parlino di lei; non importa se c'è un nuovo singolo, un buon arrangiamento: se veste i panni di Jo Calderone sarà un sicuro successo. Lei è la nuova frontiera, più di Madonna, che ha letteralmente sconvolto il mondo della musica pop, più di Britney Spears che doveva essere sua erede, più di Christina Aguilera che ha una voce pazzesca: Lady Gaga, qualsiasi cosa faccia, si vende più della Nutella.
Se si potesse mettere in un barattolo, negli scaffali dei supermercati, spalmeremmo quintali di Lady Gaga sul nostro pane, la nazionale di calcio italiana vincerebbe un mondiale grazie alle sue ricche colazioni e milioni di persone si chiederebbero: "che mondo sarebbe senza Lady G.?" 

Forse lo stanno già facendo.